“Cena a casa Levi”  di Paolo Veronese.

cena a casa levi

Nel 1573 i Domenicani  (gli stessi di Torquemada)  commissionarono a Paolo Veronese un grande dipinto (13 metri per 6)  avente  per soggetto  l’ultima cena di Gesù con gli Apostoli.

Il Veronese si mise all’opera e ne venne fuori una tela grandissima,  affollata non solo di molti uomini, fra cui matti e buffoni, ma di animali  cani e pappagalli ( Brasile?). Gesù  pur essendo al centro della scena vi appare  nella stessa dimensione degli altri personaggi, quale può essere un amico, un confidente.

Il 18 luglio del  1573  il Tribunale dell’Inquisizione  convocò il Veronese accusandolo di non rispettare i canoni fissati dal sacramentalismo idolatra del Concilio di Trento.

Il pittore rispose che si era avvalso “ de la licenza dei poeti e dei matti” . Venne infine invitato a modificare il quadro, ma si rifiutò di farlo. Per non avere guai   e non rinunciare alla sua libertà,  piuttosto che ridipingere il quadro decise di cambiarne il nome e  lo chiamò: “ Cena a casa di Matteo Levi”.

Possiamo interpretare questo gesto come  la vera nominazione del quadro che rappresenta la scena sociale e teologica della Venezia del 500.

L’ebreo Gesù, uomo, fa festa con una folla di nuovi giunti dalla Spagna, con le loro ricchezze aumentate grazie ai  commerci veneziani.  La scena sociale che ci si presenta parla quindi non di un primato dei dogmi tridentini con le sue censure e persecuzioni, ma della ricchezza dell’incontro tra uomini diversi in un contesto di festa e di prosperità .

In una cornice architettonica palladiana, sotto tre archi maestosi, il marrano Levi, che a Venezia non è l’ospite ma il padrone di casa, fa allestire un gigantesco banchetto  che sembra più una piazza d’affari che l’interno di una casa.  Quando pronunciamo la parola marrano e inquisizione ci si rappresenta l’idea di fuggiaschi torturati e processati. Ma qui vediamo uomini  sontuosamente vestiti che discutono tra loro. Di commerci? di idee? Entrambe. Sicuramente è la rappresentazione sociale della Venezia che aveva deciso di accogliere  gli ebrei ponentini che erano divenuta la classe finanziaria e imprenditoriale di Venezia, prima Piazza valutaria dell’Europa dell’epoca.

La nuova denominazione “Casa di  Matteo Levi” non era solo un escamotage per ingannare l’inquisizione, ma è una messa a fuoco di una situazione sociale in cui gli ebrei marrani erano protagonisti del nuovo ruolo con un’idea moderna di commercio e scambio. Era anche una rappresentazione dello scambio culturale e del dialogo tra la religione cristiana e quella ebraica,  visti  come reciproco arricchimento.

E non come esclusione.  Il fatto che il Veronese non si sia piegato al dictat del tribunale, dimostra anche la sfida tra la classe culturale e mercantile da una parta e il potere clericale dell’Inquisizione. Mentre in Spagna e in altre parti d’Europa l’Inquisizione aveva pieni poteri fino a distruggere intere classi sociali (come quella dei conversos)  confiscandogli  i beni e condannandoli, a Venezia vi era un’alleanza tra i nuovi giunti dalla Spagna, le classi culturali (pittori  e  pensatori) e le aristocrazie mercantili della città.

Dunque la storia di questa tela e la vicenda  del Veronese, sono uno splendido esempio del trionfo del dialogo e dell’inclusione contro un potere clericale dal pensiero tardo medioevale del clero cattolico.

La tela del Veronese  dimostra il successo e la fioritura di un incontro  tra i marrani e la città di  Venezia,  che solo qualche decennio prima Michelangelo aveva tentato a Roma ( ma con ben diverso esito). Come noto nella cappella Sistina e nelle sculture più importanti di Michelangelo erano presenti le tematiche ebraiche, ma verso la fine del 500, dopo l’apertura dei ghetti,  i nuovi giunti dalla Spagna  e dalla Sicilia erano ridotti a una classe subalterna, classe sopravvissuta solo grazie a qualche benevolenza del cupolone vaticano.

Il dipinto del Veronese sembra  riportarci alla scena descritta in Esodo 24:8 e seguenti, dove i settanta anziani d’Israele, a cominciare da Aronne, mangiano e bevono alla presenza del Dio d’Israele senza soffrirne danno.

Gesù al centro delle tre arcate a tavola bene interpreta il verso di Esodo  25: 8 : “ perché io abiti in mezzo a loro” e aggiungiamo, mangi con loro. Dunque il banchetto parla di una spiritualità fondata sull’incontro tra Dio e gli uomini  e di una convivenza fra gli uomini  come parte della vita e non come scena religiosa separata, ascetica.

La concezione dell’uomo, biblica e rinascimentale, che ne cogliamo è una visione della vita non trasgressiva  ma reale. Le cose di Dio ci si presentano non come separazione dalla mondanità, ma come realizzazione di una pienezza quotidiana santificata, e l’uomo  vi appare attivo e  non contemplativo.

Questa era la Venezia dei marrani appena  giunti che il Veronese  conosceva e frequentava, e così rappresentava.

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gmelek

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